di Grazia
Monteleone
Il film è
liberamente ispirato al romanzo. I riferimenti politici sono molto sfumati.
Come avete lavorato?
Mario Martone: Il libro di Goffredo
Parise "L'odore del sangue", scritto negli anni '70, è stato pubblicato dopo
la sua morte nel 1997 e quando apparve sprigionò l'arte di un poeta
contemporaneo. Parise scrive che per lui il libro fu una sorta di terapia ed
anche per me fu lo stesso. Non ho preso spunto dal libro, ma ho cercato di
attuare dei cambiamenti. Ogni cambiamento è stato il frutto di un rapporto.
Fa da sfondo alla vicenda la Roma degli anni '70 ed abbiamo cercato di
interiorizzare quel clima. Parise ha osservato la violenza umana che è
dentro l'uomo.
Ardant e Placido cosa vi ha affascinato di tale storia?
Fanny Ardant: A me colpì l'amore di
Silvia. Lei è oggetto dello scandalo, precipita le cose e questo suo
itinerario mi ha colpita molto.
Michele Placido: Non ho voluto leggere
il libro. M'interessava solo essere diretto da Mario. La sua sceneggiatura
mi piaceva e ho cercato di lavorare con il mio metodo: poche informazioni e
cercare di dare molta emotività.
Quando si parla di passione, sessualità c'è dubbio su ciò che viene
narrato nel film. Nella prima parte il dialogo è più preciso, più esplicito,
nella seconda parte all'opposto ci sono troppe ellissi.
Mario Martone: Nel libro la parola è
l'elemento più forte. Parise con parole semplici diceva cose oscure. Le
parole usate sono concrete e reali. I personaggi parlano in maniera diretta,
cercando di non nascondere ed invece nascondono. Si entra in un labirinto.
Ognuno di noi sa cosa viene detto. Parise rende chiaro e limpido ciò che è
oscuro. Le immagini del film sono chiare e cercano di mostrare ciò che
accade.
Fanny Ardant: Parise è cresciuto in
un'altra epoca ed è diverso il suo atteggiamento verso l'ossessione d'amore.
Michele Placido: Ci facciamo più male
oggi, rispetto agli anni '70. Le nostre storie sono più confuse. Cecov
diceva "Poveri uomini". Oggigiorno tutto è peggiorato.
Mario Martone: Carlo è il colpevole.
Parise nel suo libro lo dice, nel film allo spettatore lo si fa intendere.
Con Fanny abbiamo detto che il film è una sorta di tragedia greca. C'è il
destino che piomba: il destino del ragazzo che non si vede. Nel romanzo
costui è il destino che piomba sulla vita di Silvia. Nel libro Paloma è
l'oggetto di desiderio, di purezza di Carlo di vivere in campagna. Non vi è
solamente senso di colpa nel film.
Fanny Ardant: Tutti i personaggi vanno verso la loro distruzione. La donna si
sente abbandonata dalla vita. Il film è tragico, non c'è nessun colpevole.
Lei (Ardant) aveva letto il libro e poi la sceneggiatura?
Fanny Ardant: Avevo letto il libro e ho provato una forte impressione.
Le piacciono i personaggi di mogli contorte, che hanno bisogno di
passionalità?
Fanny Ardant: Vero mi piacciono. Amo le cose contraddittorie. Non mi piace la
trasparenza. Silvia è il contrario di Nathalie, che nel film di Anne
Fontaine è la moglie di un Depardieu infedele ed assolda la prostituta
Emmanuelle Béart per sedurre il marito e farsi raccontare quei desideri
dell'uomo che lei non conosce più. Nathalie ascolta, al contrario di Silvia
che parla.
La scelta di Placido è stata accurata?
Mario Martone: Il protagonista maschile da cercare non era facile, poi ho visto
Placido al Festival di Francia, mentre presentava il suo film e l'ho scelto.
Cerco di lavorare con gli attori, cercando di creare un campo di azione.
Dico poco. Solo quando l'attore fa qualcosa che ti sbalordisce, significa
che il lavoro svolto è andato bene.
Giovanna Giuliani: Mario ha avuto una forte presenza. Era attratto dall'ineffabilità.
Per il mio personaggio cercavamo la selvaticità di Paloma, diverso da quello
della 'fascistella'. Questo personaggio un po' silvestre non può essere
inquadrato in nessuna epoca. Doveva essere una specie di elfo. Martone dà
libertà di creare ed interpretare personaggi.
Ci sono simbolismi nel film? Silvia è la donna fatale, Lù la
ragazzina.
Mario Martone: Non ci sono simbolismi. Lù rappresenta la purezza e lui sprofonda
nel rapporto con Silvia. Ci sono corpi che vivono la vicenda attirati dalle
loro caratteristiche. Carlo è uno degli ultimi personaggi tragici della
letteratura.
Parise aveva rapporti contorti con se stesso. Come ha tradotto il
suo rapporto di sesso sullo schermo?
Mario Martone: Non solo Parise, ma anch'io. Nel film non vediamo cosa succede a
Silvia, ma cerco di dare spazio all'immaginazione. C'è un rapporto tra
dimensione ed oscurità. Parise crea il mistero di non dire, così come io con
le immagini.
Fanny Ardant: Il bello del film è lasciarsi andare con la parola e la menzogna.
Silvia parla per provocare, per non dire la verità.
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