
IO Donna
Marzo 13, 2004
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IL MIO AMORE ESTREMO |
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FANNY ARDANT
UN ROMANZO ESTREMO. UNA DONNA CHE RIFIUTA DI ESSERE COME VORREBBE LA SUA ETÀ. UNA STORIA MALEDETTA DI SESSO E OSSESSIONE. DI CUI UN'ATTRICE FRANCESE SENZA PAURA E UN REGISTA NAPOLETANO SI SONO CONTEMPORANEAMENTE INNAMORATI. L'ODORE DEL SANGUE DI MARIO MARTONE RACCONTATO DALLA SUA PROTAGONISTA. IN ANTEPRIMA PER IO DONNA
di Francesca Pierantozzi
Eccola. Entra quasi correndo, vaporosa, stretta in un abito anni Cinquanta, preceduta dalla barbincina Taratatà. Una visione scapigliata di cinema, di femminilità, di diva: «Gli occhi lunghi e bruni, da film di Marcel Carné, circondati da piccole rughe... e la stupenda bocca, gonfia, dura, etrusca...». Lei è Fanny Ardant, la descrizione, perfetta, anche se si riferisce a una donna della letteratura, creata dalla penna di Goffredo Parise. L'attrice francese e lo scrittore veneto non si sono mai incontrati. «In un certo senso ci siamo ritrovati senza esserci mai visti» dice Fanny maltrattando i capelli. E la voce roca porta subito lontano, alla Signora della porta accanto, a Finalmente domenica, porta a Truffaut, Depardieu, Gassman, Scola. Ma è la stessa voce con cui parla alle sue tre figlie? Sorride: «Sì, faticoso vero? Voglio dire, per chi mi ascolta».
Dunque, un giorno di due anni fa, Fanny Ardant entra in una libreria di Parigi, vede un libro, il titolo la attira, L'odore de/sangue, lo rigira tra le mani, sul risvolto di copertina scopre il volto dell'autore, un uomo in bianco e nero, «bellissimo, tra Lino Ventura e Federico Fellini, il tipo che piace a me». Lo compra, lo legge d'un fiato, la storia di Silvia la sconvolge: una donna bella e colta di cinquant'anni prigioniera della cinica borghesia romana, sposata con un uomo che la tradisce e la ama, che si innamora di un ragazzo «fascista e picchiatore». La discesa agli inferi dell'amore e del sesso nella Roma caotica e maleodorante degli anni Settanta. Il libro più duro, più sofferto, più carnale di Parise, scritto di getto dopo il primo infarto, pubblicato postumo nel 1986. Fanny incontra Giosetta Fioroni, la compagna dello scrittore, e scopre che anche il regista Mario Martone è interessato al libro, vorrebbe adattarlo. «Et voilà» dice schioccando in aria le dita: le riprese sono terminate a Roma a dicembre, il film sarà nelle sale il 2 aprile. E il 18 maggio Fanny Ardant sarà in Italia per presentarlo. Nel film accanto a lei, che per la prima volta recita in italiano, Martone ha voluto Michele Placido, marito lacerato tra la morbosa curiosità, la gelosia ossessiva e l'amore infedele per una ragazza di 25 anni.
E così dopo i ruoli magnifici e indimenticabili a lei regalati da Francois Truffaut, dopo Resnais e i drammi d'autore degli anni Ottanta, dopo Ettore Scola, dopo i personaggi in costume interpretati negli anni Novanta, dopo Maria Callas a teatro, dopo Nathalie, appena uscito nelle sale con l'amico di sempre Gérard Depardieu, («amico» come sono stati costretti a ribadire dopo recenti foto che li ritraevano sorridenti e complici e che hanno alimentato per settimane la stampa popolare francese), Fanny Ardant accetta la sfida dell'Odore del sangue (ripubblicato, per l'occasione, in Italia da Rizzoli). La sfida della maturità, del sesso.
Ha voluto essere Silvia sin dal primo incontro, una sorta di folgorazione. Senza remore?
«Nessuna remora, perché per la prima volta incontro il personaggio di una donna matura che si confronta con una storia di sesso. Non il sesso del gigolò, consolatorio, ma il sesso che è amore e morte. Silvia sceglie di amare il ragazzo perché cerca la morte. Non accetta quello che prevede la sua età: diventare nonna, saggia, tranquilla, buona. No, sceglie la strada più dura, quella della catastrofe».
Le somiglia?
«Sì, mi somiglia. Pochi uomini sono capaci di descrivere questo sentimento. In genere c'è la donna matura, "lusingata" di avere un giovane amante. Silvia sceglie invece con lucidità di degradarsi. Sceglie la morte e non l'abbandono. Capisco profondamente la sua scelta. Di più: sarei potuta andare dove lei andava. Non ho mai interpretato una donna così... sessuale. Nel romanzo, come pure nel film, il sesso è crudo, ma mai osceno. Tra Silvia e il marito non ci sono più tabù. Quando parlano di sesso, della storia di lei con il ragazzo, è un discorso Il puro", senza piacere, senza compiacimento. L'erotismo è nella crudezza, nella confessione, nella curiosità ossessiva. Il marito vuole sapere tutto: com'è il sesso del ragazzo, come fa l'amore. Parise scrive negli anni Settanta: è incredibilmente moderno. Solo Marguerite Duras ha osato tanto».
Il sesso è il vero protagonista della storia. Ci sono state scene difficili?
«In questa opera il sesso è vitale, come la morte, l'amore, la vita. Non ha niente di pornografico. Non ho avuto mai vergogna o imbarazzo. E comunque non ci sono lezioni di anatomia, soltanto scene forti. Prendere in mano il sesso di un uomo, è una scena forte. Ma quando sei dentro a un ruolo, tutto ti sembra evidente. Non facile, ma necessario».
Ha scoperto qualcosa di nuovo su se stessa grazie a questo ruolo?
«Per me, il cinema è sempre negli occhi dello spettatore. Per un attore, è molto più pragmatico, è una scena dopo l'altra, è il programma della giornata. La difficoltà è quella del giorno, di quella scena che deve avere un inizio, uno svolgimento, una fine, parole da dire, gesti da fare. Il cinema è concretezza. Sei nell'auto, stai andando sul set, pensi alle tue parole, ti chiedi: "Riuscirò a esprimere quel sentimento?". Poi arrivi, le luci si abbassano, ci sei dentro».
Confrontarsi con il corpo è una sfida?
«Ho pensato al corpo di Silvia come a qualcosa destinato a finire, come l'oggetto che verrà ucciso, annientato. L'oggetto di una tragedia annunciata. Non il corpo dell'amore, il corpo sensuale, sessuale, ma il corpo che è fonte di morte».
È stato doloroso?
«Moltissimo».
E ha risvegliato paure?
«Ho sempre pensato che la paura sia un sentimento degradante: paura di andare a New York, paura di perdere qualcosa, paura di perdersi, paura di essere ridicoli. Mi fanno tutti sempre la stessa domanda: che effetto fa invecchiare? L'effetto che fa a chiunque: siamo tutti sulla stessa barca. Le soluzioni invece sono diverse: una è quella di andare avanti, di vivere: ho una vita sola, se la passo a lamentarmi non l'avrò vissuta. E c'è anche un'altra strada, quella di andare dritta verso la catastrofe, verso la deconsiderazione: non si può sempre essere perfetta in società, gentile con i giornalisti, sexy fino a 80 anni».
Nella storia la psicoanalisi occupa un posto importante. E nella sua vita?
«lo penso allo psicoanalista come alcuni pensano al buon Dio. Ebbene, io non credo allo psicoanalista. Non ho bisogno di qualcuno performulare una sofferenza che mi porto dentro. E il mio punto di vista, naturalmente. A me piace vivere con i miei demoni, non voglio che qualcuno li guarisca. Non voglio essere più lucida; più consapevole. Voglio vivere nell'oscurità, non voglio che qualcuno mi restituisca la vita in una scatola di scarpe. Non voglio capire, voglio vivere. Se capisco, smetto di vivere». ■
IL LESSICO DI ALBERONI amore-morte
Ci sono cinque tipi di legami fra amore e morte. 1) Nello stato nascente dell'innamoramento scompare la paura della morte. Gli innamorati lottano per il loro amore fino alla morte e sono pronti anche al suicidio a due. 2) Quando un innamorato viene rifiutato o lasciato ha l'impressione che sia sconvolto l'ordine morale del mondo e che non ha più senso vivere, perciò pensa al suicidio. 3) La persona che ama e viene abbandonata per un altro o per un'altra può pensare all'omicidio-suicidio. È frequente nelle personalità di tipo depressivo. 4) Abbiamo poi il caso in cui una persona normale che si innamora di qualcuno che rischia la morte e condivide la vita e la scelta del suo amato. 5) Da ultimo il caso di due innamorati con tendenze aggressive o criminali che uniti si gettano allo sbaraglio: gli amanti diabolici, Bonnie e Clyde.
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