Radio Capital

       Aprile 2, 2004

 

 

 

'Non sono piaciuta a Hollywood' 

 

Fanny Ardant ospite di Capital Tribune. L'intervista 

 

 

di Giulia Santerini

 

 

 

In L’odore del sangue - l’ultimo film di Martone tratto da un libro di Parise - lei è Silvia, bella e colta cinquantenne ‘prigioniera’ della noia della borghesia romana che si innamora di un giovane di destra, picchiatore. So che il suo personaggio le è piaciuto subito moltissimo. Perché?


Per il modo che Silvia aveva di non rassegnarsi, di accettare la vita della borghesia calma, noiosa. E il percorso di questa donna mi è piaciuto molto. Lei cerca la sua distruzione in una relazione forte con questo giovane fascista.

 


Avete qualcosa in comune in questa storia estrema?


Non mi piace rassegnarmi, lasciare cadere le braccia, dire no, non lotto più. Io ho sempre voluto continuare a lottare su tanti terreni. E dunque mi è piaciuto vederlo nella letteratura e soprattutto sul terreno dell'’amore. Lei non si rassegna al marito infedele, dice no a questo tipo di vita. Mi è molto piaciuto.

 

IL SANGUE, LA VITA

 

Alla presentazione del film lei ha detto ‘a un cero punto il sangue s’indebolisce’. Che succede?


Il corpo non è più forte, il sangue circola meno veloce. È il sangue che dà la vitalità al corpo, al ritmo sessuale per le donne, è il segno della vita. E il sangue s’indebolisce anche per l’abitudine alle storielle con un amante… E’ il pericolo di quando una diventa matura e si abitua a non vivere più intensamente. Lascia che il sangue abbia l’ultima parola, questo indebolimento del corpo.


Fanny Ardant come sente il suo sangue oggi?


Dipende. C’è il momento di furore e là il sangue torna forte. E’ una questione di ribellione. Chiamare il sangue è chiamare la lotta. Giustamente non cedere. Dunque ci sono degli alti e bassi.

 

IL SESSO E L’AMORE

 

Il sesso. In questo suo nuovo film sembra che sia qualcosa a parte rispetto all’amore, non si capisce se quasi ostacoli l’amore. Le è mai capitato di avvertire il sesso come qualcosa di astratto rispetto all’amore. O questa è una storia estrema di Parise?


Parise è un uomo molto intelligente e molto onesto. E’ forte nel dire che c’è la storia del sesso e c’è la storia dell’amore. Tutta la nostra società ha voluto spiegare ‘cara famiglia tutto deve essere mischiato’: il sesso, la famiglia, l’amore, così tutti tranquilli a casa. Ma è una falsità enorme e Parise che è un intellettuale forte ha detto negli anni Sessanta una cosa che nessuno aveva detto prima di lui. Con lui in quegli anni ha parlato così solo Marguerite Duras, e io l’ho recitata; ha detto che ‘uno sconosciuto avrà sempre più forza d’attrazione di un marito da vent’anni’. Io credo che la storia del sesso è la storia del sesso. E che si potrebbe pensare a un amore senza sesso. Non è perché uno ha una grande storia di sesso che lo ama. E viceversa.

 


Posso pensare a una storia di sesso senza amore, ma un amore senza il sesso?


Può darsi. Si potrebbe amare follemente un uomo che è saltato su una mina.

 

IL DESTINO

 

Sempre in L’odore del sangue lei è l’eroina che si tuffa in questo destino di amore e di morte, il duo classico della tragedia greca. C’è chi in Italia ha subito letto tutto in chiave di colpa: è tutta colpa del marito se Silvia si butta in tragico destino. E invece alla presentazione del film lei e il regista Martone parlavate di destino. Fanny Ardant crede nel destino?


Sì. Nel senso della marcia ineluttabile della vita. E nel destino di Silvia c’è poco da fare.
Lei sta invecchiando, il marito non ha più desiderio per lei, preferisce una giovane ragazza. Silvia è confrontata con un destino che aspetta tutte le donne. Lì ci sono varie vie, dopo. Ci si può buttare in una vita intellettuale, artistica, di famiglia. Non voglio dire che per tutte la scelta è morire o trascinarsi in una storia squallida. Però è così. Al di là del comportamento del marito Carlo, Silvia aveva questo carattere, dunque doveva vivere questo destino di non accettare, di non rassegnarsi, di non calmarsi nell’appartamento vuoto fra gli amici, l’opera lirica, un viaggio. La vita ha tante proposte. Uno può raccoglierle o no.

 


Fanny Ardant come affronta gli anni che passano?


Non ho strategie però ho poco ottimismo. Silvia mi è piaciuta perché si ribella al destino, mi rassicurava perché mi dava l’idea che c’è una via d’uscita. Non c’è mai bisogno di inclinare il collo e accettare. Io non so niente della mia vita perché la vita è più facile raccontarla in un romanzo, piuttosto che raccontare la nostra vita. Non abbiamo la distanza e non abbiamo l’intelligenza soprattutto. L’intelligenza creativa di un Parise. Comunque non ho strategia. Qualche volta mi dico che la vita ha più immaginazione di noi. Le strategie sono tutte sbagliate. Perché la vita è più forte di noi, non sappiamo niente.

 


Bieche soluzioni pratiche, lifting, sport, soluzioni chimiche…


No. Chi le cerca mi fa pensare a condannati che non vogliono salire sulla ghigliottina e chiedono ancora un po’ di tempo. Non mi piacciono. Io amo quelli che si precipitano nell’ineluttabile. Se no assomigliano a vittime che vogliono barare con le cose ineluttabili.

 

LE FIGLIE, IL DISORDINE

 

Fanny Ardant ha tre figlie di tre padri diversi. Come vive questa famiglia, unita o separata?


Io vivo a Parigi con tutte e tre le mie figlie. Un grande disordine, io potrei fare un canto d’amore al disordine, al contrario di Parise. Sono sempre vissuta nel disordine, è come la mia terra, posso ritrovarmi nel disordine. E ho adorato la presenza dei bambini. E’ una cosa che è mancata a Silvia. Nel destino tragico di quella donna non aveva più qualcuno che aspetta qualcosa di lei. Invece un bambino anche se è grande, un figlio, aspetta sempre qualcosa da te.

 


Quanti anni hanno le sue ragazze?


Da 14 a 28 con una di vent’anni, dunque tutte le generazioni confuse.

 


Un po’ un Albero di Atonia: lei ha un rapporto diverso con ognuna di loro, siete unite come in un curvone tutto femminile, come va?


Siamo molto unite. Mi sembra straordinario avere una famiglia che è sempre là malgrado questo mestiere difficile che mi fa spesso assente. E loro sono qui con me anche adesso.

 

GLI UOMINI

 

Gli uomini, ho letto in una sua vecchia intervista, sono accessori. E’ vero?


No! Deve essere una incomprensione del giornalista. Gli uomini sono il centro, danno il colore della vita. E’ per loro, a causa di loro che le cose succedono.

 


Ma in questa famiglia tutta femminile i tre padri – uno era Truffaut - sono presenti o voi ormai siete voi?


E’ più complicato di così, molto più complicato, di questo non posso dire.

 


Un altro uomo. Suo padre, ufficiale di cavalleria, governatore del palazzo Grimaldi del principato di Monaco, ha avuto un ruolo speciale per lei?


E’ stato determinante per la mia influenza morale e artistica, gli devo quasi tutto.

 


Voleva per lei la carriera diplomatica, ma lei si buttò su quella di attrice.


Io volevo fare la carriera di attrice e i miei genitori hanno voluto che facessi prima i miei studi. Capisco che un genitore ha paura che sia solo un capriccio dell’ultimo momento. Dunque l’ho fatto per dimostrare che ero capace. Così ho conquistato la mia libertà.

 

L’ITALIA

 

In Italia Scola l’ha fatta recitare nella Famiglia e nella Cena. Sembrava che avesse qualcosa di italiano. Esagero?


Ma io mi sento a casa in Italia, non è come un paese straniero. Forse col tempo, con tutti gli amici italiani, con questa lingua che adoro, la mentalità che amo e che è diversa dai francesi. Ho sempre l’impressione che faccio parte di questo paese.

 


Un francese che promuove gli italiani! Cosa le piace degli italiani?


Apparentemente sono dolci, cortesi.
E poi, dietro, trovi uno spirito molto più tormentato, un’intelligenza molto più svelta. Io amo la forma di intelligenza forte degli italiani. E si vede dalla storia degli italiani, la storia dell’arte italiana. L’intelligenza di vivere, di minimizzare le cose che non sono importanti, di privilegiare le cose assolute. La vita, il sesso. E’ un paese molto più sulla vita, dei francesi. I francesi sono intellettuali, complicati. In Francia si parla, si parla, si parla. Abbiamo Marivaux, Choderlos de la Clos, tutti gli scrittori dell’800 dove si parla e l’amore passa attraverso le frasi.

 

LE PAROLE E L’AMORE

 

Le parole e l’amore. Nell’Odore del sangue le parole vengono dette per non dire o anche per aizzare nell’altro una reazione che non accade, anzi il tutto poi diventa divertente perché lo spettatore dà la sua risposta. Nell’amore, quando le parole sono troppe? Che ruolo hanno? Forse è meglio che non siano troppe?


Dipende da ogni persona. Qualche volta possono essere parole gentili e carine o forti e carnali. Poi possono essere parole per cercare di ammazzare. Ci sono amori intellettuali, perversi, complicati. Credo che il più grande pericolo dell’amore però sia la trasparenza. Perché comunque l’amore è come una delle belle arti: uno deve metterci l’intelligenza. Tutto non è dovuto. A partire dal fatto che uno ti ha detto ‘ti amo’, non per quello deve permettersi di rimproverare, di dire ‘perché non mi hai detto questo e questo’. E’ quello l’errore secondo me. Di voler sempre essere come a confessione dal prete.

 

LA NOIA

 

Lei capisce che un amore è finito quando non le vengono più le parole o quando non le viene più voglia della corporeità dell’altro.Qual è l’indizio peggiore?


La noia! E la noia può venire dalle parole, dal corpo, da tutto. E il piacere può venire da niente.

 


Cosa non l’annoia, cosa le piace di più?


Ridere, qualcuno che mi fa ridere. La leggerezza, raccontare le storie, la conversazione. Ci sono molte cose che mi piacciono.

 

I REGISTI DI FANNY ARDANT

 

Lei è stata diretta da grandissimi registi, Truffaut e Resnais, ma anche la Von Trotta, Scola, Ozon, Zeffirelli…con chi si è sentita più a suo agio e chi l’ha fatta soffrire di più?


Forse sul mio letto di morte, se mi rifà la domanda di nuovo, con la distanza, come il vino che è caduto nel fondo del bicchiere potrei dirlo. Però stranamente un film è vissuto con una grande intensità. E’ nel tempo che si vede se uno rimane amico con un regista. Certi registi sono passati così, non mi hanno lasciato nessuna impronta e non posso parlare di loro. Per altri è così personale, non saprei dire perché li amo, però nel rivederli mi dà l’emozione che ho avuto sul set, tutto riviene. Dunque si mischiava l’amore per quella persona che mi dirigeva, la cosa che ho vissuto, la cosa che facevamo insieme. E’ questo che rimane.

 


Forse davvero Francois Truffaut fu il regista che la capì di più e meglio affidandole la parte di Mathilde nella Signora della porta accanto, in cui le diede quel ruolo di protagonista di un amor fou, né con te né senza di te. E’ questo il suo modo di intendere l’amore?


La grandezza di un regista è di non vederla solamente in una parte ma soprattutto di vederla nella parte opposta. La grande forza di Truffaut è stata scegliermi nella Signora della porta accanto, ma subito dopo anche in Finalmente domenica!
Che era l’opposto. Le due facce erano vere.

 


Ma quando uno fa l’attore, non è un po’ perduto finché non trova vari ruoli che gli danno identità?


E’ molto difficile perdere l’identità, io mi sono sempre detta che avevo paura di perdere la mia personalità, però è difficilissimo perdere la propria identità, dunque è un bel lavoro quello di perderla. Ogni volta che c’è un ruolo che mi piace, c’è una parte che è di me ma una anche che non è di me. E’ quel va e vien di riconoscersi e non riconoscersi che mi piace, che mi emoziona.

 


Nell’ Odore del sangue qual è il momento che l’ha emozionata di più?


L’ultima scena, a Venezia. Quando era finito. Questo film difficile, fatto difficilmente, con una produzione difficile. Erano le 4 del mattino, luglio, faceva un caldo incredibile. Tutto era lì per fare una notte magica e poi tutto era finito.

 


Lei ama moltissimo la musica lirica. Perché?


Mi piace. Entra nella pancia così, nel cuore, direttamente. Tanti mi dicono io la odio e io rispondo ma l’hai sentita? C’è un rifiuto gratuito. Non posso conoscere una canzone che ascolta Mozart, Puccini o Verdi senza rimanere innamorato.

 


La sua avventura americana, il remake di Sabrina sull’onda del successo del Colonnello Chabert: fu un’esperienza unica. Hollywood non le è piaciuta?


Non sono piaciuta io a Hollywood! Il film di Pollack l’ho girato a Parigi e poi devo dire che da quando ho cominciato a recitare l’America non mi ha mai affascinata per il cinema. Sono sempre stata affascinata dall’Europa. Penso che appartengo di più ai Balcani, all’Europa dell’est più che all’America.

 


Politicamente cosa pensa dell’Europa dell’est, così lacerata, questa Europa così insoluta?


La seguo con l’impotenza di tutti, trovo che ci sono molti scandali, trovo che ci siano dei veri e propri crimini contro l’umanità, in Cecenia, anche in Kosovo. Averli lasciati soli o quasi. E’ terribile, lo pagheremo un giorno o l’altro.

 


Oggi la Spagna richiama i soldati dall’Iraq. Lei che pensa? Che il terrorismo si possa fermare per altre vie o che è necessario l’intervento militare alla Bush?


Certamente non con l’atteggiamento di Bush. Non conosco la soluzione. Però la guerra ha portato sempre la guerra; la comprensione, la mano tesa, fleurter col pericolo è meglio che usare la guerra. Ci sono sempre state guerre etniche o di partiti politici, ma la guerra è la peggio soluzione.

 

ARDANT E DEPARDIEU

 

Vuole mettere una parola fine a tutti i pettegolezzi sulla sua presunta love story con Depardieu oppure no?


No. Non voglio mettere una parola fine…(ride, ndr) e il suo viso dice tutto.

 


Lasciamo tutto in sospeso?


Sì!


Mettiamola così. Fanny Ardant oggi è innamorata?


Sì.

 


Quindi queste due risposte...


Ma forse non sono legate…


 

 

 

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