D-la Repubblica delle Donna

       Marzo 1997

 

 

 

Un anno

Ardant

 


L'attrice francese, trionfatrice ai premi César '97 per il film "Pédale douce", vive una felice stagione tra grande schermo e palcoscenico

 

 

di Maria Grazia Tajè


Una gelida folata di vento la spinge all'interno di un caffè sulla piazza del Trocadero, i capelli scompigliati, senza trucco. Fanny Ardant è bellissima anche così. Con un grande sorriso, tende una mano sottile ma dalla stretta forte e cordiale. Oggi la Ardant è una delle più grandi attrici del cinema francese, certamente la più decorata dell'ultimo anno: Gran Premio nazionale per il cinema 1996, migliore attrice 1996 per la stampa estera, "César" '97 per il film Ridicule. Un'attrice piena di immaginazione, dalla conversazione diretta e fantasiosa, dalla voce allegra e melodiosa, alla quale il cinema solo ora ha saputo affidare ruoli brillanti, sottolineando una inattesa comicità. "La cosa più importante per un'attrice è il ruolo che le affidano, il modo di interpretarlo, la vostra ammirazione", ha affermato davanti ai suoi colleghi ed amici. Per meritare anche quella del pubblico, tutte le sere da più di due mesi (e fino a fine aprile), con un successo crescente malgrado qualche perplessità della critica più tradizionale, Fanny Ardant, elegante e smagrita, in tailleur pantalone mauve e l'immancabile foulard di seta, si trasforma nella "divina" Callas, al tramonto della sua carriera e della sua vita, in Master Class di Terrence McNally, messo in scena da Roman Polanski al Théatre de la Porte-Saint-Martin.

 

 

 

MGT: Lei legge le critiche?

 

Fanny Ardant: Normalmente no, per proteggermi. Ma so che alcuni critici non hanno sopportato la demistificazione del personaggio. Qualcuno è venuto in camerino anche solo per dirmi: "Ho conosciuto la Callas. Lei le assomiglia in maniera impressionante. Forse però avrebbe dovuto sorridere di più. Una donna allegra riesce ad esserlo anche nei momenti più tragici". Che stupidaggine. La somiglianza fisica è un aspetto insignificante della pièce. Quello che mi ha spinto ad accettare questa sfida è stata la possibilità di portare sulla scena la figura di una donna, al di là del "mostro" straordinario e geniale; di una donna che ha perso la sua magnifica voce, ha dovuto rinunciare alla maternità, è stata soppiantata nel letto dell'amante ed è diventata un essere antipatico, paranoico, ironico e volgare, alle prese con una lezione di canto che - attraverso la ricerca dell'assoluto - diventa un atroce gioco al massacro, anche di se stessa e del suo passato. Qualsiasi brava attrice potrebbe sostituirmi.

 

 

Affermazione generosa: forse cela il bisogno di riavere un'esistenza normale...

 

Il teatro è un'esperienza appassionante. Ho iniziato giovanissima in palcoscenico, imprese senza fortuna né futuro. Ho fatto la gavetta, ma non rimpiango quel periodo faticoso. Mi è servito a forgiare il mio cuore. Per dieci anni non ho saputo quello che avrei fatto l'indomani, come avrei vissuto, con quali soldi. Oggi il teatro, con la sua cadenza quotidiana, mi divora la vita. Molto più del cinema. Non vedo più gli amici, non posso permettermi un week-end in campagna delle mie figlie, non ho il tempo di andare a vedere un film o uno spettacolo.

 

 

Lei viene da una famiglia agiata.

 

Una famiglia molto borghese, molto colta, ma senza un quattrino. Io sono una outsider, me ne sono andata presto da casa, forse perché ero troppo amata, temevo di restare chiusa in una gabbia dorata. Ma devo a mio padre e mia madre molte cose: l'amore per i libri, la musica, la pittura. Vivevamo a Montecarlo, in una situazione di privilegio: mia madre era dama di compagnia della principessa Grace e mio padre governatore del principato. Abbiamo condiviso la vita del principato, gli affetti, l'amicizia, non gli appuntamenti mondani. I miei genitori mi hanno cresciuta come Don Chischiotte avrebbe allevato sua figlia. Lancia in resta contro ipocrisia e corruzione. Con loro ho imparato a non accettare elemosine, non vendere l'anima, non essere gelosa e invidiosa. Ho avuto una gioventù felice, spensierata, ricca di valori che guidano ancor oggi la mia vita: rigore, dignità, libertà di spirito.

 

 

Che trasmette alle figlie?

 

Con tutta la passione e l'entusiasmo. Pur evitando di imporre le mie scelte e i miei punti di vista, le spingo a girare il mondo, fare esperienze, scegliere una professione che amano, essere indipendenti.

 

 

Accetterebbe che seguissero la sua strada?

 

Non mi opporrei, ma vorrei che fosse una scelta profonda, cosciente: per arrivare al successo bisogna lavorare sodo, fare sacrifici, essere pronte ad ingoiare rospi. A loro ripeto spesso: se fate una scelta, difendetela, battetevi anche contro di me. Senza paura. Perché la paura impone limiti. Come me, vorrei che non temessero l'aspetto passeggero della vita. Vale sempre la pena di tentare un'esperienza, un incontro. La saggezza verrà dopo.

 

 

Lei ha avuto tre figli da tre amori diversi. Ma non s'è mai sposata. Odia il matrimonio?

 

Non ho una precisa teoria al riguardo. Sono vissuta in una famiglia felice, e forse temo soltanto che questa magica alchimia non si ripeta per me.

 

 

Si giudica egoista?

 

Non in senso negativo. Mi piace trascinare gli altri con me, coinvolgerli nel mio entusiasmo, convincerli delle mie certezze. Amo il disordine e accetto l'ordine che ne deriva, se non interferisce con le mie scelte. E sono aperta agli altri.

 

 

Lei ha interpretato in media uno o due film all'anno, ha recitato in teatro e per la tv. Negli ultimi 2 anni è stata protagonista di 5 lungometraggi, alcuni di gran successo come Ridicule e Pédale douce, per i quali ha ricevuto grossi riconoscimenti. Cosa la porta ad accettare o respingere un ruolo?

 

Il mio piacere di fare cinema deve restare intatto. Non faccio qualsiasi cosa pur di lavorare. Il personaggio e la storia devono conquistarmi. Preferisco lavorare con un regista sconosciuto che mi propone una figura di donna appassionante, piuttosto che accettare un ruolo solo perché me lo offre un grande nome.

 

 

Per questo non ha mai lavorato in America?

 

Anche. Inoltre mi sento profondamente europea. Sono a casa mia solo a Parigi e Londra, a Roma e Lisbona.

 

 

Lei ama il nostro paese e il nostro cinema, ma dopo Desiderio di Anna Maria Tatò, Affabulazione di Gassman, La famiglia di Scola, nel 1986, l'abbiamo rivista solo nell'ultimo film di Antonioni Al di là delle nuvole. Perché quest'assenza?

 

Desidero molto tornare in quella che ritengo la mia "famiglia cinematografica". Amo la dolcezza, la violenza del cinema italiano, la sua ambiguità così intrigante. Seguo con interesse i nuovi registi, purtroppo mal distribuiti in Francia. Ammiro Martone, il napoletano, e Benigni, il folletto toscano. Ma soprattutto Nanni Moretti, che ho scoperto ottimo attore nel film di Calopresti La seconda volta. Sogno di lavorare con lui.

 

 

Lo conosce?

 

L'ho incontrato per soli 5 minuti l'anno scorso a Cannes, e non mi ha delusa. Ha qualcosa di inatteso, di imprevedibile nello sguardo, nella conversazione. Sento che non ha paura di niente. Non è "politically correct", è implacabile. In questa società pervasa dal qualunquismo, dal "buonismo" che non fa più distinzioni tra bene e male, amo chi ha una rigidità morale. Trovo la violenza salutare, lo scontro delle idee benefico. Moretti, perduto in quello zoo festivaliero, aveva qualcosa di un ragazzo, fragile, riservato, difficile, lontano dal cliché dell'italiano sicuro, allegro, un po' arrogante.

 

 

Lei si rifà ad un modello di attrice, di attore?

 

Ho ammirato molto Anna Magnani, donna e attrice eccessiva, violenta, e amo Jeanne Moreau, che attraversa la vita nascondendo la sua pena e ha l'eleganza di accettarla. È come una luce per me. Amo Vittorio Gassman, grandissimo attore col quale ho interpretato film importanti, un personaggio complesso e fragile insieme, e Gérard Dépardieu, che ritrovo amico affettuoso in occasione di ogni nuovo film. Ma il mio attore ideale era e sarà sempre Marcello Mastroianni, che è qui con noi,non ci lascerà mai.

 

 

Come l'ha conosciuto?

 

A Barletta, in Puglia. Ero sul set di Desiderio e lui su quello di Enrico IV di Bellocchio. Veniva a trovare la sua donna, Anna Maria Tatò, e portava con sé una ventata di spensieratezza, di leggerezza. Quando vedeva passare nei nostri occhi un velo di tristezza, ci regalava il suo sorriso, raccontava le barzellette che gli forniva il suo adorato fratello, diceva cose gentili con grazia pacata. Emanava una seduzione incomparabile: la voce, il sorriso, il modo di tenere la sigaretta!

 

 

Il peggior difetto di un attore, secondo lei?

 

Credersi il centro dell'universo, guardarsi continuamente allo specchio, interpretando sempre un ruolo e dimenticando gli amori, le donne, la vita vera. Come per Marcello, il cinema per me non è una professione ma "un gioco", con la sua parte di sogno, di attesa.


 

 

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