I determinanti del rischio di contrarre HIV/MST
I dati riportati in letteratura confermano che il patrimonio di salute sia fisica che psichica dell'immigrato è generalmente integro al momento dell'arrivo in Italia ("effetto migrante sano"), anche se il profilo sanitario si modifica man mano che cambiano le caratteristiche demografiche dell'immigrato e le motivazioni che lo spingono ad emigrare.
Allo stato attuale è comunque possibile individuare alcune aree critiche per la salute degli stranieri sintetizzabili in:
- condizioni patologiche di tipo infettivo e psichiatrico che comportano notevoli problemi di sanità pubblica;
- condizioni fisiologiche come la gravidanza e l'ambito materno infantile che vede tassi di mortalità prenatale significativamente più alti tra i figli di donne immigrate;
- condizioni sociali come la prostituzione che vede come protagonisti uomini e donne stranieri particolarmente esposti al rischio di contrarre HIV e malattie sessualmente trasmissibili.
Per quanto concerne la valutazione dei fattori di rischio correlati all'HIV nella popolazione che afferisce all'ambulatorio della Divisione "B", i dati raccolti confermano un profilo epidemiologico piuttosto tipico.
La popolazione oggetto di studio comprende 780 immigrati provenienti rispettivamente da: (Fig. 8.5)
- Africa sub-Sahariana:292
- Nord-Africa:184
- Est-Europa:220
- Sud America:66
- Sud-Est Asiatico:11
- Israele/Palestina:7
La percentuale di soggetti risultati positivi al test HIV è pari all'11% (87/780).
Questi soggetti sono risultati, nella maggior parte dei casi (76%), provenienti dall'Africa Sub-sahariana, in particolare dalla Nigeria (66/87 P=< 0,00001), mentre i soggetti provenienti dal Nord Africa (11/87), dal Sud-America (5/87), dall'Est-Europa (3/87) ed infine dal Sud-est Asiatico (2/87) sono risultati prevalentemente sieronegativi (P=<0,00001).
Nessun caso è stato riscontrato negli immigrati provenienti da Israele e Palestina. (Fig 8.6)
L'età media è risultata di anni 28 ± 5,6 (R= 17-44).
Il riscontro di sieropositività è risultato significativamente prevalente nel sesso femminile (p=<0,0001).
In relazione allo stato di clandestinità si è rilevato che, degli 87 soggetti sieropositivi, il 66% non era in possesso di regolare permesso di soggiorno; tuttavia il dato non raggiunge la significatività statistica.
Per quanto riguarda il livello di scolarità, si è osservata una più alta incidenza di sieropositività nei soggetti con minor grado di istruzione (P=<0,002).
Il fattore di rischio significativamente correlato all'acquisizione dell'infezione HIV è determinato nel 90% dei casi (P=<0,00001) dalla prostituzione o quanto meno dai rapporti eterosessuali a rischio. Il restante 10% è suddiviso tra omosessualità e tossicodipendenza.
Infine, è opportuno segnalare che nel corso del periodo analizzato (1994-1999) si è osservato, nel 1996, un incremento significativo dell'incidenza di HIV (P=< 0,00059) tra i soggetti che si sono presentati al centro, mentre negli altri anni tale dato è rimasto pressoché stazionario. (Fig. 8.7)
L'analisi dei dati raccolti in questo periodo di osservazione permettono l'identificazione di un profilo epidemiologico estremamente preciso dell'utente HIV immigrato.
Innanzitutto, contrariamente a quanto riportano le statistiche sull'incidenza di infezione HIV negli autoctoni, la popolazione più esposta è quella femminile, e il fattore di rischio più diffuso non è legato al consumo di droga per via endovenosa, bensì ai rapporti eterosessuali a rischio.
In secondo luogo, l'area di provenienza è largamente rappresentata dall'Africa sub-Sahariana ed in particolare dalla Nigeria.
Questa specificità è strettamente correlata con il fenomeno dell'immigrazione massiccia ed organizzata di donne nigeriane iniziato verso la fine del 1988 e che ha avuto un forte incremento negli anni '90.
Secondo l'ISTAT le donne nigeriane residenti in Italia sono circa 9.486 e 1.000 sono quelle residenti a Torino riportate dall'Osservatorio statistico interistituzionale sugli stranieri.
A queste deve essere aggiunta, ovviamente, una percentuale di clandestinità non calcolata dalle fonti ufficiali.
Queste donne sono frequentemente domiciliate a Torino ma esercitano la prostituzione di strada pressochè in tutta la regione.
Molte sono sposate, altre sono separate ed hanno dei figli che lasciano ai genitori.
Mediamente hanno una età che va dai 17 ai 35 anni.
L'arrivo in Italia avviene principalmente in forma clandestina. Per poter partire le ragazze fanno un contratto che include il passaporto, il biglietto aereo, 500 -1000 dollari, il lavoro di prostituta in Italia, l'indirizzo di una pensione dove alloggiare.
Il contratto viene siglato attraverso due modalità:
- mediante "patto di sangue", utilizzato, prevalentemente, dalle ragazze più povere che non hanno beni da dare in garanzia. In questo modo, se l'impegno non viene rispettato, la famiglia di origine viene ricattata.
- mediante "contratto legale" con il quale vengono dati, a garanzia del "pacchetto di servizi", beni mobili ed immobili.
Le quote del debito vengono consegnate mensilmente dalle "madames" o "maman-loa", oppure da alcuni uomini nigeriani, direttamente alle organizzazioni che predispongono tutto il "business".
Generalmente queste donne sanno, ancora prima di partire, il tipo di lavoro che faranno ma, sicuramente, non conoscono le condizioni e le regole a cui dovranno sottostare.
Dai dialoghi emerge che è soprattutto il bisogno economico, oltre al mito dell'Europa, a spingerle ad emigrare.
L'esperienza della prostituzione, con le sue durissime regole, lascia segni profondi nella vita di queste donne, ma il "lavoro di strada" determina anche notevoli rischi per la salute provocando patologie gravi come l'AIDS ed altre malattie sessualmente trasmesse.
Per questo motivo è necessario costituire una rete d'informazione che fornisca indicazioni sull'accessibilità ai servizi e, nello stesso tempo, sensibilizzi la popolazione al rispetto di basilari regole igienico-sanitarie.
Sulla base di queste considerazioni è stato implementato, presso l'ambulatorio immigrati della Divisione "B", un programma di Educazione Sanitaria rivolto a questa particolare popolazione a rischio che, utilizzando un approccio transculturale, si pone come obiettivo fondamentale la prevenzione dell'infezione HIV e di altre patologie a trasmissione sessuale.
Tabelle