immigrazione e salute
Evoluzione e fasi del flusso immigratorio in Italia


La storia dell'immigrazione italiana è stata segnata da un susseguirsi di tappe importanti per l'evoluzione del fenomeno. Si tratta di eventi che hanno messo in luce le problematiche degli immigrati e che hanno modificato la composizione e la stessa natura del flusso migratorio.
L'immigrazione straniera in Italia è un fenomeno piuttosto recente: il 1972 è considerato l'anno chiave per l'osservazione dei fenomeni migratori poiché proprio da questo anno parte l'inversione di tendenza che segna il passaggio dell'Italia dalla condizione di "paese di emigrazione" a quella di "paese di immigrazione".
E' il periodo in cui il riequilibrio economico, sociale e produttivo nazionale e l'armonizzazione con gli altri stati membri della CEE hanno aumentato notevolmente il divario con i paesi a sud del Mediterraneo e con le aree meno sviluppate.
Da allora la presenza di immigrati stranieri si è andata articolando ed estendendo fino a far registrare un elevato numero di nazionalità e di gruppi etnici che si sono stabiliti pressoché in tutte le regioni del nostro paese. I protagonisti di queste ondate migratorie sono generalmente persone che non hanno una precisa prospettiva occupazionale, poiché alla base dell'emigrazione non c'è solo la ricerca di una diversa occupazione ma molto spesso ci sono problemi politici e sociali.
Le prime segnalazioni significative di immigrati in Italia sono quelle dei tunisini in Sicilia e precisamente a Mazara del Vallo, in cui la presenza del porto prevede il loro inserimento nel settore della pesca. Questi gruppi si diffondono ben presto anche in altre aree siciliane, in particolare nel ragusano dove vengono invece, impiegati nel settore dell'agricoltura e nelle coltivazioni in serra.
Contemporaneamente si sviluppa, nelle grandi aree metropolitane del sud e del nord, l'immigrazione femminile che vede la presenza di donne di diversa nazionalità (somale, eritree, salvadoregne, filippine) impiegate quasi sempre come domestiche. Il reclutamento avviene generalmente attraverso organizzazioni ecclesiali e gran parte di loro proviene da paesi cattolici o appartiene a minoranze cattoliche in paesi con altre religioni dominanti.
Sempre negli anni '70 e con un ritmo crescente negli anni '80, inizia l'immigrazione di persone provenienti dal Marocco, destinata a diventare la componente più numerosa distribuita su tutto il territorio nazionale ma prevalentemente nelle regioni meridionali ed occupata soprattutto nel commercio ambulante.
In questa prima fase (anni '70-80), dunque, risulta che la presenza straniera in Italia è caratterizzata da due grandi poli:

  1. la presenza maschile di immigrati, in genere africani, di religione islamica prevalentemente impiegati nel commercio ambulante e nell'agricoltura;
  2. la presenza femminile di immigrate cattoliche impiegate nei lavori domestici.

Negli anni '80 le nazionalità presenti in Italia diventano moltissime. Ai maghrebini cominciano ad affiancarsi lavoratori provenienti dall'Africa Subsahariana e dall'Africa centro occidentale, e tra questi ultimi predominano i senegalesi.
Proprio in questo periodo si registrano in ambiente scientifico i primi segni di attenzione al fenomeno migratorio, soprattutto da parte degli studiosi di demografia.
In seguito alla pubblicazione dei primi dati del censimento generale della popolazione del 1981 si inizia a parlare, a tutti gli effetti, dell'Italia come paese di immigrazione; gli stranieri censiti nel 1981 sono risultati 210.937, 90.000 unità in più rispetto al censimento del 1971 (ISTAT).
In questo periodo si registra una forte pressione sull'argomento immigrazione, da parte delle organizzazioni sindacali e del volontariato, nascono le prime associazioni di immigrati e si arriva all'emanazione della prima legge significativa in materia che è la legge 943/1986 "Norme in materia di collocamento e di trattamento dei lavoratori extracomunitari immigrati e contro le immigrazioni clandestine".
Questa legge sancisce l'uguaglianza e la parità di trattamento dei lavoratori extracomunitari e delle loro famiglie con i lavoratori italiani, stabilisce le norme per i ricongiungimenti familiari e formalizza le modalità per l'accesso e la programmazione dell'occupazione dei lavoratori subordinati extracomunitari.
L'aspetto più pratico della legge è rappresentato dalla regolarizzazione dei lavoratori stranieri in posizione irregolare, anche se l'aver limitato la possibilità ai soli lavoratori dipendenti ha ristretto notevolmente il campo di applicazione.
Questo primo provvedimento, approvato a larghissima maggioranza dal parlamento, tenta di creare un insieme normativo capace di garantire percorsi di inserimento regolari all'interno della società italiana sottraendo la materia in questione alla discrezionalità amministrativa. Nella seconda metà degli anni '80 il flusso migratorio continua ad articolarsi sia sul piano territoriale sia sul piano delle nazionalità presenti. In questo periodo sembra che la principale preoccupazione sia quella della conoscenza del fenomeno migratorio e dell'accoglienza delle persone immigrate con l'obiettivo di superare la condizione di irregolarità.
Nel Mezzogiorno si formano alcune aree con una significativa presenza di immigrati, Villa Literno in provincia di Caserta diventa uno dei grossi poli di attrazione per l'immigrazione destinata al settore agricolo. Nel 1990 ha luogo la I° Conferenza Nazionale sull'Immigrazione in occasione della quale si fornisce un quadro generale e approfondito del fenomeno migratorio.
L'ISTAT documenta la presenza straniera nel nostro paese fornendo un quadro chiaro delle varie nazionalità presenti.
Le regolarizzazioni di massa hanno un effetto sulla distribuzione territoriale degli immigrati, i lavoratori in possesso di permesso di soggiorno nelle regioni meridionali, si spostano verso il centro-nord Italia alla ricerca di occupazioni meno precarie.
Intorno agli anni '90 aumenta la pressione migratoria dai paesi dell'Est, mentre altre nazionalità come i cinesi, cominciano ad acquisire una rilevanza significativa.
Nel 1991 esplode l'immigrazione albanese con ondate di profughi sbarcati sulle coste pugliesi. Si tratta, per la prima volta in Italia, di ingressi di massa cui le nostre strutture sono assolutamente impreparate.
L'impatto di questi arrivi sull'opinione pubblica è molto forte e nel paese si sviluppa una sorta di "sindrome da assedio".
Gli ingressi regolari sono molto pochi, tanto che gli anni '90 sono definiti gli anni della "nuova clandestinità". Ed è proprio su questo fronte che si polarizza l'attenzione dell'opinione pubblica che rende difficoltosa l'integrazione della popolazione immigrata.
Le posizioni di apertura e disponibilità manifestate inizialmente dalla popolazione autoctona, lasciano il posto a timori e a sentimenti di chiusura. L'immagine prevalente con cui è presentata l'immigrazione è quella della "minaccia", "dell'esercito che invade e prende d'assalto" e l'immigrato è identificato come il "clandestino", "l'irregolare", "l'illegale".
Negli anni seguenti la situazione ha continuato a presentare una contraddizione di fondo, un continuo e difficile bilanciamento tra quotidianità ed emergenza.
Da una parte, infatti, l'immigrazione ha continuato il suo lento e complesso processo di inserimento all'interno della nostra società: è aumentato il numero dei figli di immigrati nelle nostre scuole, è cresciuta la presenza di lavoratori stabili e regolari nell'industria, sta migliorando, anche se con difficoltà, il rapporto relazionale con gli immigrati.
Dall'altra parte, il paese fatica ad uscire da una gestione sostanzialmente emergenziale del fenomeno, riflettendo una difficoltà, peraltro comune a tutti i paesi europei sviluppati, a trovare una soluzione complessiva ai problemi posti dall'immigrazione, in una situazione in cui le prospettive economiche ed occupazionali sono rese sempre più incerte dai processi di globalizzazione dell'economia e dalle conseguenti trasformazioni degli assetti produttivi.



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