Questo documento nasce dal desiderio di esplorare alcuni problemi legati ai concetti di salute e malattia nelle rappresentazioni socioculturali e nel vissuto degli immigrati stranieri e, infine, dall'interesse ad approfondire il rapporto che questi ultimi hanno con i nostri servizi socio-sanitari.
A partire dal 1970 il nostro paese ha iniziato ad esercitare una forza attrattiva nei confronti dei paesi in via di sviluppo, determinata soprattutto dalla vicinanza ai paesi del bacino mediterraneo, dagli scarsi controlli alle frontiere e dall'aumento del reddito pro capite.
Avvalendosi dei dati riportati dalle statistiche ufficiali (permessi di soggiorno e iscrizioni anagrafiche) è stato possibile quantificare la popolazione straniera immigrata in Italia in circa 986.000 unità.
Le principali aree di provenienza sono rappresentate, rispettivamente, dall'Est Europeo, dal Nord Africa, dall'Asia ed, infine, dall'America.
La ripartizione delle provenienze continentali è differenziata per aree geografiche con particolari caratterizzazioni regionali.
Nel Nord gli africani superano il 40% in Piemonte ed in Emilia Romagna; gli americani si aggirano intorno al 20% in Liguria e in Friuli; gli asiatici prediligono, con il 23,3%, la Lombardia; mentre gli europei rappresentano i due terzi del totale in Friuli Venezia Giulia e in Trentino Alto Adige.
Nel Centro la popolazione africana rappresenta più di un quinto del totale di tutte le regioni, eccezion fatta per il Lazio, in cui gli asiatici sono più di un quarto del totale; in Toscana, Umbria e Marche, invece, questi ultimi sono al di sotto della media nazionale. Gli europei contano una presenza inferiore nel Lazio (37,6%) rispetto alle altre regioni (tra il 45 e il 52%).
Nel Sud è presente un'alta percentuale di americani in Campania (26,8%), di africani (47,9%) e di asiatici (20,2%) in Calabria; di europei (tra il 40 e il 62%) in Abruzzo, Molise, Basilicata e Puglia.
Infine nelle isole si registra una elevata presenza di africani (Sardegna 39%, Sicilia 47,8%).
La presenza di immigrati stranieri interessa, pertanto, tutte le regioni del paese, sia quelle economicamente forti, sia quelle meno sviluppate e con tassi di disoccupazione elevati.
La distribuzione a livello territoriale riflette sostanzialmente la struttura dell'economia e dell'occupazione di queste aree. Nel Sud la forza attrattiva è costituita dall'agricoltura e dall'ambulantato, mentre nel centro-nord è prevalente l'occupazione nel settore industriale e soprattutto nell'area della piccola impresa.
La forte ondata migratoria avvenuta in Italia ha provocato, inevitabilmente, profonde modifiche dal punto di vista geografico, demografico, socio economico e sanitario.
Per ciò che concerne quest'ultimo aspetto, poiché l'obiettivo fondamentale della geografia umana è quello di valutare lo stato di salute della popolazione e, in particolare, la relazione tra uomo e malattia così come viene mediata dall'ambiente, si è tentato di approfondire l'analisi regionale, considerando la dinamica del movimento migratorio, i processi di integrazione e i problemi di territorialità, intendendo con questo termine il sentimento di appartenenza proprio di ciascun individuo.
Dall'analisi di questi aspetti emerge che il bisogno sanitario, inteso come adeguamento del sistema di cure alla domanda espressa o inespressa della popolazione, ha subito notevoli mutamenti.
Nello specifico, il massiccio arrivo di persone provenienti soprattutto dall'Africa sub-sahariana ha portato ad un rilevante aumento di soggetti immigrati HIV positivi nella popolazione italiana.
Questo richiede, necessariamente, l'adozione di misure di prevenzione, di educazione sanitaria e di interventi che agevolino l'accesso ai servizi di diagnosi e cura.
Al centro della nostra analisi è, pertanto, lo stato di salute dell'immigrato straniero affetto da HIV.
Questo è fortemente condizionato da forme di emarginazione e di isolamento sociale determinate sia dal fatto che l'AIDS è una malattia incurabile e contagiosa che esercita un violento impatto sulla popolazione delle aree di arrivo, sia dal fatto che la maggior parte di questi malati versa in condizioni di vita estremamente disagiate.
Nonostante il vissuto della malattia dipenda da fattori soggettivi, biologici, clinici, un ruolo fondamentale nel determinare la percezione e la risposta comportamentale del soggetto ammalato è sicuramente legato alla cultura e all'ambiente sociale.
Procedure rigide, tecnicistiche e fortemente burocratizzate non si adattano facilmente a questi nuovi utenti e rendono difficile la relazione terapeutica.
L'incontro con il paziente straniero si presenta, quindi, difficoltoso non solo per la scarsa conoscenza della lingua ma, soprattutto, per le diversità di cultura e di aspettative sanitarie.
Sulla base di queste considerazioni diviene importante individuare un possibile modello operativo che funzioni dal punto di vista comunicativo e terapeutico e che faciliti l'avvicinamento dei cittadini stranieri ai nostri servizi sanitari.
A livello territoriale pochi centri sono in grado di offrire una risposta adeguata al bisogno di salute espresso dalla popolazione straniera.
A Torino le esperienze più conosciute fanno capo ai centri di accoglienza del volontariato, mentre le strutture pubbliche si sono dimostrate inadeguate ed impreparate ad accogliere gli immigrati, rendendo difficoltosa l'accessibilità ai servizi.
L'esperienza dell'ambulatorio per immigrati stranieri affetti da HIV e da altre malattie sessualmente trasmissibili attivato presso l'Ospedale Amedeo di Savoia di Torino descrive il percorso di adattamento di una struttura pubblica alla mutata domanda sanitaria in ambito infettivologico, e prende in considerazione i dati di pazienti stranieri afferiti al centro nell'arco temporale 1994-1999.
Attualmente l'ambulatorio rappresenta un osservatorio epidemiologico privilegiato per l'analisi dei differenziali migratori della popolazione straniera affetta da patologia infettiva.
Nel lavoro di relazione è stata applicata una modalità di intervento "transculturale" definibile come un processo interattivo in cui le competenze comunicative dell'autoctono e quelle dello straniero entrano in relazione tra di loro su substrati culturali differenti, in continua trasformazione e modificazione.
Questa esperienza, innovativa nel territorio torinese, ha costituito la base di partenza per un programma di educazione sanitaria che vede quale figura principale il mediatore socio-culturale.
dott. Daniela Ballardini